


VITORCHIANO – Dopo oltre due lunghi anni di serrata attesa, di porte sprangate e ponteggi, è finalmente tornata visitabile la chiesa della Madonna di San Nicola. Un luogo che non è soltanto un edificio di culto, ma un vero e proprio “theatrum mundi”, una capsula del tempo che vi costringerà a rimanere per ore con il naso all’insù, dimenticandovi dell’orologio e del traffico di superficie.
L’esterno, severo e rigoroso nella sua pietra scura com’è tipico della Tuscia, non vi prepara affatto alla vertigine cromatica dell’interno. Una volta varcata la soglia, ci si ritrova immersi in una narrazione pittorica travolgente, concepita tra il Quattro e il Cinquecento, quando la pittura era il grande cinema dei poveri, la catechesi visiva per eccellenza.
Il Giudizio e il “Caca-anime” della Tuscia
Ma andiamo al sodo, al pezzo forte, a ciò che accende l’immaginazione. Nel catino absidale domina un imponente Giudizio Universale. E qui l’occhio dell’osservatore attento non può non scivolare verso il basso, verso l’Inferno. È lì che troviamo una chicca iconografica formidabile: un magnifico, grottesco “Caca-anime”.
Mettiamo subito le mani avanti con il dovuto garbo critico: non ha la monumentalità spaventosa di quello dipinto da Giovanni da Modena nella cappella Bolognini in San Petronio a Bologna, e non possiede nemmeno la complessa e macabra architettura morale che Buonamico Buffalmacco orchestrò nel celeberrimo Camposanto Monumentale di Piazza dei Miracoli a Pisa. Eppure, signori miei, questo diavolaccio indigeno, intento a divorare i dannati per poi evacuare le loro anime tormentate direttamente nella fornace eterna, possiede un fascino rustico, diretto, quasi teatrale. È la dimostrazione di come il linguaggio del terrore metafisico si sia declinato nelle province pontificie con una freschezza popolare e una forza espressiva davvero formidabili.
Le mani dei maestri: tra Amelia e la scuola viterbese
Ma chi sono gli artefici di questo catalogo di meraviglie e tormenti? La critica storica guarda con grande attenzione alla figura di Giovanni Francesco d’Amelia (noto anche come Giovanni Francesco Villa), maestro rinascimentale attivo nell’area umbro-laziale nella prima metà del Cinquecento, a cui si deve tra l’altro la splendida cappella laterale commissionata nel 1531 dalla nobildonna Cherubina.
Parlare dell’Amelia significa evocare quel fertile humus culturale dominato dai giganti dell’epoca. Non dobbiamo dimenticare che la pittura di quest’area geografica respirava a pieni polmoni le novità di Pinturicchio — autore dei sublimi affreschi della Cappella Baglioni a Spello e dell’Appartamento Borgia in Vaticano — e le eleganze geometriche di Perugino, il maestro del giovane Raffaello. Gli artefici che hanno lavorato a Vitorchiano hanno saputo tradurre quella grande lezione cortigiana in un linguaggio più immediato, adatto alla devozione del borgo, senza però perdere un’oncia di raffinatezza stilistica.
Ritrovare oggi la fruibilità di questo santuario agostiniano non è solo un recupero architettonico; è la restituzione di un tassello fondamentale per la storia dell’arte del Viterbese. Un invito formale a lasciarsi sorprendere da ciò che sta dietro l’angolo, perché la grande bellezza, molto spesso, abita proprio nei luoghi che credevamo di conoscere.





















