

STORIE – La sera dell’8 settembre 1943 il cielo sopra Viterbo manteneva la trasparenza di fine estate, ma l’aria era densa di una minaccia antica. Chi guardava verso sud, verso le alture del Cimino e oltre, sapeva che a Frascati il quartier generale del feldmaresciallo Albert Kesselring giaceva ancora sotto le macerie fumanti dei trecento bombardieri anglo-americani passati a tarda mattina. Il primo grande avvertimento del destino era giunto il 29 luglio, quando sessanta Fortezze Volanti della 12ª USAAF avevano cancellato l’Aeroporto “Tommaso Fabbri” e sventrato i quartieri a ridosso della stazione Porta Fiorentina. Viterbo conosceva già il peso delle bombe, ma non ancora la solitudine del vuoto.
Alle 19:42, dalle radio accese nei caffè e nelle case del centro storico, la voce stanca di Pietro Badoglio annunciò l’armistizio. Tra le celle del Carcere Giudiziario e i locali militari allestiti nel complesso di Santa Maria in Gradi, così come all’interno della caserma dei Carabinieri Reali in via San Lorenzo, il proclama non portò sollievo, ma l’incubo di una resa dei conti imminente. Tra le mura dell’ex monastero, dove i detenuti politici e i soldati di presidio condividevano la stessa angoscia, non giunsero ordini né dispacci dal Ministero della Guerra. Soltanto il silenzio dei comandi.
Nella notte, mentre nelle camerate di Santa Maria in Gradi e delle altre strutture cittadine i soldati italiani staccavano le mostrine e cercavano abiti civili per smarrirsi lungo la Via Cassia o nei boschi della Tuscia, l’Operazione Achse scattò con la precisione di un ingranaggio d’acciaio. I reparti della 3. Panzergrenadier-Division, guidati dal generale Fritz-Hubert Gräser, che già presidiavano la zona di Orte e il viterbese per controllare i nodi ferroviari, si mossero nell’oscurità.
Non vi fu battaglia alle porte. Entro le prime luci del 9 settembre, i blindati con la croce nera avevano già occupato la stazione di Porta Romana, sbarrato i varchi di Valle Faul e preso il controllo dell’aeroporto deserto e dello stesso presidio di Santa Maria in Gradi. La città di peperino si svegliò prigioniera senza che un solo colpo fosse stato sparato in sua difesa. Era l’inizio di nove mesi di occupazione, di rastrellamenti e di un cielo che fino al 9 giugno 1944 avrebbe continuato a rovesciare ferro sulle sue torri medievali.


















