

IL DOMENICALE – Su questo giornale abbiamo spesso criticato amministrazioni, aziende di servizio e gestori quando non hanno fatto fino in fondo il proprio dovere: lo abbiamo fatto perché chi incassa tariffe e utilizza risorse pubbliche deve garantire raccolta puntuale, pulizia, controlli, informazione e organizzazione; ma proprio per questo sarebbe poco credibile ignorare l’altra faccia del problema, quella che riguarda noi cittadini e una parte, speriamo minoritaria, di persone che pretende città più pulite e servizi migliori senza sentirsi obbligata a rispettare quelle stesse regole che rendono possibile il decoro collettivo.
In molti centri della Tuscia i vecchi cassonetti sono stati progressivamente eliminati e sostituiti da sistemi di raccolta differenziata che chiedono a ciascuno un minimo di disciplina: separare i rifiuti, rispettare giorni e orari, utilizzare correttamente i contenitori, tenere in casa o negli spazi privati ciò che ancora non deve essere conferito; eppure basta percorrere le strade dei nostri paesi per accorgersi che per qualcuno queste indicazioni non sono regole ma semplici consigli, da seguire soltanto quando non interferiscono con la propria comodità.
I sacchetti vengono lasciati davanti alle abitazioni molte ore prima dell’orario previsto, magari sotto il sole, restano per interi pomeriggi accanto ai portoni, producono cattivi odori, vengono aperti dagli animali o si rompono, e tutto questo perché qualcuno ha deciso che tenere ancora qualche ora la propria spazzatura dentro casa fosse un sacrificio maggiore rispetto al fastidio imposto a decine di persone che quella strada devono percorrerla. È una forma semplice ma chiarissima di egoismo urbano: il proprio disagio viene trasferito all’esterno e, nel momento in cui passa la soglia dell’abitazione, sembra smettere di essere un problema personale.
Lo stesso meccanismo si ritrova davanti ad alcune attività commerciali, dove grandi contenitori destinati alla raccolta differenziata diventano quasi una presenza stabile negli spazi di accesso e accanto compaiono cartoni piegati e accatastati, magari ordinati ma comunque lasciati dove passano clienti e cittadini. Il fatto che siano stati sistemati con cura non cambia la sostanza, perché lo spazio pubblico non può diventare il magazzino temporaneo di un’attività privata solo perché ciò che viene lasciato fuori è disposto con ordine.
Poi ci sono i condomini, altro esempio di quanto facilmente la comodità privata finisca per occupare lo spazio comune, con grandi contenitori per la raccolta differenziata che invece di essere custoditi all’interno delle aree condominiali e portati fuori soltanto quando previsto vengono lasciati stabilmente sui marciapiedi o immediatamente accanto, restringendo i passaggi e creando ostacoli soprattutto per anziani, persone con disabilità, chi cammina con difficoltà o chi spinge un passeggino. Anche qui il principio è sempre lo stesso: ciò che disturba dentro viene spostato fuori e quando è fuori diventa, improvvisamente, un problema degli altri.
È forse questa la parte più preoccupante: l’idea che lo spazio pubblico sia uno spazio di nessuno e non, al contrario, lo spazio di tutti, perché da questa convinzione nasce una lunga serie di piccole occupazioni quotidiane — il bidone sul marciapiede, il cartone contro il muro, il sacchetto depositato in anticipo, la macchina lasciata dove capita —, ciascuna giustificata come un dettaglio irrilevante ma capace, sommata alle altre, di rendere una città più sporca, più disordinata e soprattutto meno rispettosa delle persone più deboli.
Poi c’è chi va oltre e prende i propri rifiuti, li carica in macchina e li abbandona lungo una strada urbana, in periferia, accanto a un fosso o sulle vie che collegano un paese della Tuscia all’altro, spesso scegliendo proprio i tratti meno frequentati perché dentro il centro abitato sarebbe più facile essere visti, riconoscere un’automobile, annotare una targa o capire chi è stato. Qui parlare soltanto di maleducazione sarebbe perfino riduttivo, perché siamo di fronte a una scelta consapevole: quella di liberarsi di un problema personale scaricandolo sulla collettività.
Quel sacchetto, infatti, non scompare. Dovrà essere raccolto, serviranno operatori, mezzi, carburante, tempo e smaltimento, e il costo finirà per essere sostenuto anche da chi le regole le rispetta ogni giorno, con il risultato paradossale che il cittadino corretto paga due volte: prima per il servizio ordinario e poi per rimediare all’inciviltà di qualcun altro.
Per questo servono controlli veri, telecamere nei luoghi dove gli abbandoni si ripetono, verifiche sui conferimenti commerciali e condominiali, sanzioni applicate e non soltanto annunciate, perché una regola senza controllo finisce quasi sempre per essere rispettata soltanto da chi possiede già un senso civico, mentre chi se ne infischia scopre rapidamente che violarla è più comodo.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato immaginare che bastino telecamere e multe, perché non si può mettere un vigile dietro ogni automobile né un ispettore davanti a ogni portone. Una comunità funziona quando la maggioranza delle persone rispetta le regole anche quando nessuno la osserva, ed è questa l’educazione civica che conta davvero: non quella recitata nelle occasioni ufficiali, ma quella praticata ogni giorno, nel modo in cui trattiamo il marciapiede, la strada, il quartiere e il paese in cui viviamo. Abbiamo tutto il diritto di pretendere amministrazioni migliori e servizi più efficienti, ma insieme a quel diritto esiste un dovere molto più semplice: non sporcare ciò che chiediamo agli altri di tenere pulito.


















