




























































SPECIALE SANTA ROSA – Un’idea nata per strada, trasformata in realtà con una telefonata. Io e il direttore de La Fune, Roberto Pomi, volevamo raccontare il 3 settembre da dentro, senza filtri. Volevamo seguire un uomo, uno solo, dal risveglio fino all’ultimo sforzo sotto il legno. Il presidente Massimo Mecarini ci ha dato il suo benestare e ci ha affidato a Emanuele Veralli.
Alle 9:30 del mattino salgo a San Martino al Cimino. Qui i Veralli vivono insieme: una manciata di case affacciate su un unico piazzale dove i fratelli e i genitori condividono la vita di tutti i giorni. Nella famiglia di Emanuele ci sono i fratelli Alessandro (il primogenito), Francesco (il secondogenito) e poi c’è lui, il terzo. Emanuele ha 36 anni, è sposato con Anna Maria e dalla loro unione è nata Azzurra, che a oggi ha 4 anni.
Ti basta mettere piede su quel cemento per respirare un senso di appartenenza che oggi non si trova quasi più. A darmi il benvenuto ci sono Anna Maria, la moglie di Emanuele, la piccola Azzurra e Benito, il cagnolino di casa. L’aria è distesa, priva di retorica. È la semplicità di un rito che Emanuele ripete da quando è entrato nel Sodalizio dei Facchini.
Mentre lui inizia a prepararsi, le nipoti Alice e Alessia si occupano delle sue cose: puliscono gli scarponcini e gli mettono a punto la fascia rossa. Nel pomeriggio saranno pure loro in strada a suonare il tamburo e a far volare le bandiere per le vie di Viterbo. Papà Mario e mamma Tosca si godono gli altri nipotini, Leonardo e Lorenzo, insieme alle mamme Antonella e Francesca. Quando Emanuele indossa la divisa, Anna Maria gli si avvicina e gli rimbocca le maniche con cura esperta. Ammicco verso di lui e ci scappa una risata: si capisce subito chi tiene le redini in casa. Scattiamo la foto di gruppo sul piazzale, poi montiamo in auto. Direzione Viterbo, Basilica di Santa Rosa.
Lungo il tragitto teniamo i registratori accesi. Gli chiedo da quanto tempo sia lì dentro. Emanuele risponde calmo: «Sarebbero stati 12 anni di trasporto, ma con il fermo del Covid è il 10° trasporto effettivo. Ho fatto 3 anni di corda, 1 di cavalletto, 1 di leva e ora sono alla 5ª aggiuntiva sinistra. Ho fatto la prima prova di portata nel 2014 con 3 giri. La seconda prova di portata, nel 2015, ho rifatto 3 giri e sono stato richiamato per la controprova: l’ho superata con 5 giri e mi hanno preso. Io sono il primo della generazione Veralli, prima non c’era nessun altro». Vale la pena ricordare che la formazione completa dei Facchini di Santa Rosa per il Trasporto conta ben 170 unità.
Mi incuriosisce capire da dove nasca una devozione così profonda, se in famiglia non c’erano precedenti. «Tutto nasce quando ero piccolino,» racconta Emanuele. «Andavo con mio padre a vedere la Macchina perché lui faceva le riprese per Tele Viterbo a Piazza del Comune. Mi ci hanno portato per la prima volta che c’avevo sei o sette anni, all’epoca c’era Sinfonia d’Archi. Non m’aspettavo niente, poi quando l’ho vista… s’è accesa quella luce. Ho detto: “Mi piacerebbe un giorno far parte del Sodalizio”.
Pensa che nel 2015, quando sono entrato, c’erano ancora tanti facchini che all’epoca portarono Sinfonia d’Archi. Per me è stato un onore portare la Macchina insieme a loro, sono stati loro a darmi lo spunto. Poi la cosa dai sei anni in poi è un po’ scemata, essendo di San Martino non conoscevo bene l’ambiente viterbese. Continuavo a vedere le sfilate con mamma e babbo e cresceva in me la voglia. Nel 2003, Alessandro Lucarini e il babbo, m’hanno detto: “Vuoi provare a fare il mini facchino al Centro Storico?”. Ho detto: “Guarda, per me è un sogno che si avvera”».
Ha potuto portarla solo un anno. A causa dell’età e di vecchie voci che circolavano, infatti, i ragazzi non originari di Viterbo rischiavano di essere esclusi dalla tradizione. «Ho fatto soltanto un anno, i 13 anni erano il limite previsto, ma ti dico che l’emozione era a duemila. Perché comunque sei bambino, indossi per la prima volta una divisa e, pure se per gioco — che poi tanto gioco non è, perché a quell’età porti dieci chili sulle spalle — ti senti parte della tradizione. Poi per diventare Facchino di Santa Rosa devi compiere diciotto anni, ma all’epoca ero gracilino, non ero in forma e neanche di testa c’avevo la maturità giusta. A venticinque anni ho chiesto a un amico del Sodalizio, Andrea Paesani, che ringrazio tutt’oggi, come dovevo fare. Mi fa: “Ti porto con me, ti faccio vedere cos’è la prova”. Ci siamo allenati tantissimo con la cassetta da 150 chili e nel 2015 ho avuto la fortuna di entrare».
Gli chiedo quando comincia davvero l’ansia per questo 3 settembre. «Oggi in particolare è diverso,» mi confida abbassando il tono di voce. «Un amico carissimo ha avuto un infortunio poco prima del Trasporto e non può assistere… è un ciuffo, Alessio Fiorillo, il figlio del costruttore. Stamattina sono andato a casa sua, abbiamo fatto colazione insieme, ci siamo dati forza. Lui è facchino e per me rimane un ciuffo. Il mio 3 settembre parte sempre in famiglia, molto intimo. Il giorno prima faccio il giro dei cimiteri dove riposano i nonni, due a Bagnaia e due a San Martino, e porto una rosa a ognuno. Ora andiamo a Santa Rosa dove, come rito intimo, porto una rosa alla Santa, faccio due preghiere e la ringrazio per quello che ci dà tutto l’anno. Perché non è solo il 3 settembre per noi».
«E qual è il momento più duro della giornata?», incalzo. «Quando i familiari escono dal boschetto. Lì ti rendi conto che è finito il gioco. Durante il pomeriggio, la sfilata delle Sette Chiese… sei tranquillo. Poi il boschetto diventa una cosa intima tra facchini. Ci sta il discorso del Capofacchino che ti carica, ti spiega come vanno fatte le cose, e quando vedi allontanare i familiari capisci che inizia veramente il Trasporto».
Ormai Emanuele è alle aggiuntive, questo è il suo decimo Trasporto effettivo. «Il peso non si descrive,» mi spiega tentando di farmi capire cosa si provi là sotto. «Sì, la prova la fai con 150 chili, ma lì ci sono le famose accollate: la Macchina oscilla, va, viene, da noi si dice “ti accuccia”. In quei cinque o dieci secondi, oltre al peso fisso, c’è l’accollata che non è misurabile. Puoi portare 100, 150, 200 chili che scaricano su una spalla o sul trave di legno del ciuffo. Ma parliamo di una superficie piccola, oltre al peso c’è il dolore. Portare la Macchina è sì forza, è sì fede prima di tutto, ma è pure dolore. Il trave brucia, fa proprio male. Il giorno successivo, per settimane, c’hai tutti i segni che porti con orgoglio. È spontanea volontà, è fede e amore. E poi c’è la gente. Chi ci dà la benzina è la popolazione intorno. Se dovessimo portarla a luci spente coi marciapiedi vuoti, non so con quale spirito ce la faremmo. Ringrazio la popolazione viterbese perché per noi è la cosa più emozionante».
Mentre parliamo di un’infanzia passata a costruire macchinette di cartone e bancali nel piazzale di casa, usando i secchi della pittura come tamburi, la conversazione si fa ancora più profonda. «Quando vado a fare visita a Santa Rosa, al corpo, intorno a me e a lei c’è il buio,» mi dice piano. «Ci sto io e lei. La fisso negli occhi, perché si vedono gli occhi azzurri, ed è un tu per tu. Io parlo con lei e sembra che mi risponda, in silenzio. Quando ho avuto la fortuna di portare il corpo per due volte… guarda, mi vengono i brividi! Sei tu e lei. Senza Santa Rosa questa festa non avrebbe senso, non avrebbe valore. Bisognerebbe avere più rispetto per questa tradizione. Certe offese che vengono fatte sui social da persone che non capiscono la devozione fanno male. Io posso non seguire il Palio di Siena, ma non mi sognerei mai di offendere i senesi per ciò in cui credono. Ci vorrebbe solo più rispetto».
Poco prima di salutare i compagni e vestire del tutto i panni del facchino, si lascia andare a un ultimo pensiero: «Prima di andare al teatro per il ritiro, cerco sempre di deviare per le vie secondarie. Non mi piace farmi vedere. Cerco viette e vieuzze per nascondermi agli occhi di tutti, perché il 3 è di tutti i facchini, non c’è il singolo che sfila. Per noi Viterbesi il 3 settembre è il vero Capodanno».
Quando Emanuele esce dopo aver salutato Santa Rosa, tre signore lo fermano sul sagrato della Basilica e lo invitano a fare una foto insieme. Le signore sono di Nurri, un paesino sardo che ha un legame profondo con Santa Rosa. Dal 27 al 29 marzo 2025, infatti, il cuore di Santa Rosa da Viterbo è stato protagonista di uno storico pellegrinaggio a Nurri, segnando la prima volta in assoluto in cui la preziosa reliquia del Cuore di Santa Rosa ha lasciato la città per raggiungere la Sardegna. La comunità di Nurri, profondamente legata alla Santa che venera come sua compatrona, ha accolto l’evento con grande commozione, celebrando questo eccezionale legame spirituale e culturale che unisce da secoli il paese sardo alla tradizione viterbese.
Camminando verso l’appuntamento al bar di Porta Romana, Emanuele viene fermato da un’altra signora e un ragazzo per chiedere informazioni sul Trasporto. Il ragazzo era californiano e la signora traduceva quello che Emanuele spiegava, simulando con la spalletta come si sta sotto alla Macchina e il ruolo che lui stesso copre.
Nel primo pomeriggio Emanuele viene inghiottito dalla folla, entrando in quella nuvola bianca che sfilerà per le vie del centro fino a sera. Poi, finalmente, tutti si mettono sotto le travi. Al segnale di «Sollevati e fermi!» la Macchina si stacca da terra.
È un Trasporto bellissimo. La struttura illumina la città a festa, spinta da quel fiume di uomini vestiti di bianco verso Piazza del Plebiscito, dove la Macchina compie la sua spettacolare rotazione. È qui che riesco a incrociare di nuovo Emanuele, dopo ore. È provato, il sudore gli bagna la fronte. «È tosta,» mi dice al volo tra un sorso d’acqua e l’altro, «stiamo andando fortissimo!».
La Macchina riparte sommersa dagli applausi di Piazza del Comune e dall’ovazione di Piazza delle Erbe. Da lì in poi si entra nel tratto più spietato, dove la maestria del Capofacchino e la precisione delle guide fanno la differenza tra il trionfo e la tragedia. La Macchina sfiora i cornicioni dei palazzi, mentre dai balconi del Corso le mani della gente si sporgono nel vuoto cercando sconsideratamente di toccarla, sfidando l’equilibrio di quintali di ferro e vetro.
La Macchina arriva all’ultima sosta, un boato con la folla che acclama i facchini: siamo in Piazza del Teatro. Emanuele sfila momentaneamente dalla spalletta. Si avvicina a Mirko Fiorillo, l’altro figlio del costruttore. Si guardano dritti negli occhi e si stringono in un abbraccio forte, lungo, che dice più di mille parole.
Riesco a superare il cordone della Polizia di Stato messo a sbarramento della salita. I posti qui sono contati. C’è buio, rotto soltanto dal brusio ritmato delle radioline degli agenti. Cerco con lo sguardo Anna Maria. È appoggiata al muro di una casa lungo la salita, tiene per mano la piccola Azzurra. Indossano entrambe una maglietta bianca con una scritta ricamata: «Santa Rosa Avanti».
L’attesa è carica di una tensione quasi fisica. Poi arrivano le corde, indispensabili per dare trazione ed evitare che tutto il peso della salita possa gravare unicamente sulle spalle dei ragazzi sotto. La Macchina guadagna la cima e fa il suo ingresso sul sagrato della Basilica. Si gira lentamente. Attorno a me gli occhi delle persone non sanno più dove guardare: se in alto, verso la figura della Santa ricoperta di luce, o in basso, verso i volti deformati dallo sforzo di chi la sostiene.
Io scelgo di guardare in basso. Cerco con insistenza gli occhi di Emanuele, le sue gambe piegate, le vene del collo di tutti quegli uomini che si accollano quella fatica immane. Non lo fanno per vanto: lo fanno per adempiere a un voto solenne verso la loro Patrona. La nuvola bianca si sta dissolvendo tra abbracci e baci che sanno di sudore e nebbia sintetica e gelida che i medici e gli infermieri a seguito del Sodalizio stanno mettendo sulle spalle dei facchini. Così l’aria diventa un morso tagliente che profuma di farmacia e metallo. Ma come mi ha detto Emanuele, questa serata per loro è l’ultimo dell’anno, quindi l’aria si inebrierà di spumante italiano; gli spruzzi a pioggia bagnano trionfante Gigi Aspromonte, il Capofacchino, e poi a giro chi gli sta vicino. Cerco ancora Emanuele e lo trovo: ha in braccio Azzurra da una parte e Anna Maria dall’altra, racchiuse in un abbraccio emozionante. Questa foto non la scatto, perché rimarrà solo per me.
© Maurizio Di Giovancarlo Tuscia Fotografia















































































