

IL DOMENICALE – Intervista impossibile a Marcello Capece, il fantasma che secondo la leggenda continua a vagare nei sotterranei del Castello Orsini di Soriano nel Cimino. Fu accusato di essere l’amante di Violante, torturato e ucciso nel 1559. Quasi cinque secoli dopo avrebbe parecchie cose da dire su gelosia, potere, pettegolezzi e sulla nostra incredibile capacità di condannare prima ancora di conoscere i fatti.
Arrivare fino a Marcello non è semplicissimo. Non ha telefono, non risponde alle mail e per quasi cinquecento anni ha evitato accuratamente i giornalisti. Bisogna scendere nei sotterranei del Castello Orsini di Soriano nel Cimino, aspettare che intorno ci sia abbastanza silenzio e pronunciare il suo nome.
«Piano», dice una voce.
Marcello?
“Dipende. Se siete venuti per chiedermi se faccio sbattere le porte o sposto le sedie, potete anche risalire.”
In realtà vorrei sapere se esiste davvero.
“Questa è già una domanda più interessante. Nel 1559 ero sicuramente vivo, poi Giovanni Carafa ha risolto il problema. Sul dopo non ho documenti da mostrarvi.”
La leggenda racconta che nelle notti d’estate si sentano i suoi lamenti.
“Dopo quasi cinquecento anni avrei anche diritto di essermi stancato di lamentarmi. Possibile che nessuno abbia pensato che magari qualche volta vorrei semplicemente dormire?”
Allora perché è ancora qui?
“Perché voi continuate a raccontarmi. È questo il vero trucco dei fantasmi, non siamo noi a rimanere nei luoghi, siete voi che continuate a venirci a cercare.”
Lei fu accusato di essere l’amante di Violante.
“Accusato è la parola giusta, oggi direste che girava una voce. Il problema fu che quella voce arrivò all’uomo sbagliato.”
Giovanni Carafa, marito di Violante.
“Potente, geloso e soprattutto convinto che il dubbio fosse già una prova. Una combinazione che generalmente non porta niente di buono.”
Ventisette pugnalate.
“Vedo che questo numero vi appassiona moltissimo.”
È difficile ignorarlo.
“Anche per me lo fu.”
Ha mai perdonato Diana per non aver confermato che era innamorata di lei?
Per la prima volta Marcello tace.
“Voi giudicate facilmente le persone che hanno avuto paura quando non siete voi davanti a chi può decidere se farvi vivere o morire. Io avrei voluto che parlasse, certamente, ma il colpevole non era chi aveva paura, era chi utilizzava la paura per ottenere la risposta che desiderava.”
E Violante?
“Una donna trasformata in colpevole perché qualcuno aveva deciso che dovesse esserlo. Prima venne costruito il sospetto, poi si cercarono le prove per confermarlo. Anche questo mi pare un metodo che gode ancora di una certa fortuna.”
Sta dicendo che cinque secoli dopo siamo uguali?
“No. Avete telefoni molto migliori.”
E per il resto?
“Nel Cinquecento una voce attraversava un castello, oggi attraversa il mondo in pochi secondi. Noi almeno dovevamo aspettare che qualcuno salisse le scale.”
Sta parlando dei social?
“Non so cosa siano, ma ogni tanto vengono quaggiù persone che invece di guardare il castello fissano un piccolo rettangolo luminoso, presumo sia una malattia moderna.”
Le dà fastidio essere diventato un’attrazione?
“Mi diverte. Da vivo ero maestro di camera, da morto sono diventato una voce turistica, è una discreta carriera.”
E quelli che arrivano con gli strumenti per cercare i fantasmi?
“Li rispetto. Passano ore al buio aspettando un rumore, se cade una pietra sono felicissimi, è raro incontrare persone tanto contente per una manutenzione che non funziona.”
Se potesse uscire dal castello, dove andrebbe?
“A vedere la Tuscia. Mi raccontate continuamente quanto sia bella, ma io dal 1559 frequento sempre lo stesso edificio, comincio ad avere qualche dubbio sull’efficienza della vostra promozione turistica.”
Non cercherebbe vendetta?
“Dopo quasi cinquecento anni? Sarebbe una vendetta con tempi amministrativi.”
Allora cosa vorrebbe?
“Che quando raccontate la mia storia non raccontiate soltanto il fantasma.”
Perché?
“Perché il fantasma è la parte meno interessante.”
E quale sarebbe quella interessante?
La voce sembra allontanarsi verso il fondo del corridoio.
“Che due persone morirono perché una menzogna divenne sospetto, il sospetto divenne certezza e chi aveva il potere non sentì più il bisogno di distinguere l’una dalla verità.”
È questo che dovremmo ricordare?
Silenzio. Poi Marcello torna per un’ultima risposta.
“Sì. E ogni tanto, prima di condannare qualcuno, controllate almeno se è vero. Io non ebbi questa fortuna.”
Da qualche parte cade una pietra.
Marcello?
Nessuna risposta. Probabilmente era soltanto una pietra. Ma, uscendo dal castello, viene un dubbio: forse la parte inquietante della storia di Marcello non è che un morto possa ancora parlare dopo quasi cinquecento anni, è che noi, dopo quasi cinquecento anni, possiamo ancora comportarci esattamente come quelli che lo uccisero.
Secondo il racconto tramandato, Marcello era il confidente di Violante, mentre sarebbe stato innamorato di Diana Brancaccio. Arrestato e torturato, continuò a difendere l’onore della donna. Diana, interrogata, non confermò la relazione con lui. L’8 agosto 1559 Marcello venne ucciso, secondo una versione molto diffusa con ventisette pugnalate, dodici giorni dopo Violante fu strangolata.


















