
IL DOMENICALE – Sul Monte Venere, dentro il bosco, c’è un punto nel quale la terra sembra improvvisamente aprirsi e inghiottire la luce: una cavità nascosta tra rocce vulcaniche e alberi, abbastanza profonda da aver alimentato per secoli paure, racconti e immaginazione. La chiamano Pozzo del Diavolo, nome che da solo basterebbe a costruire una leggenda; eppure il luogo non ha bisogno di essere inventato, esiste davvero. Nella Riserva naturale del Lago di Vico, poco sotto la sommità del monte, si trova una grotta lunga circa quaranta metri, con un dislivello di tredici, ed è indicata da Parchi Lazio come l’unica cavità conosciuta della regione sviluppata interamente in rocce vulcaniche.
La geologia racconta che quel paesaggio è ciò che resta dell’antico sistema vulcanico vicano: la grande conca nella quale oggi riposa il lago nasce da processi avvenuti in tempi che rendono insignificante qualsiasi misura umana, mentre Monte Venere rappresenta una delle ultime manifestazioni di quella lunga storia vulcanica. Sarebbe già abbastanza affascinante così, ma gli uomini raramente si accontentano di una spiegazione quando davanti hanno una montagna, un lago e un buco oscuro che scende nella terra; e allora arrivò Ercole.
La leggenda racconta che l’eroe passasse da queste parti quando gli abitanti del luogo decisero di metterne alla prova la forza, quasi che tutte le imprese già attribuitegli non fossero sufficienti. Ercole raccolse la sfida, afferrò la sua clava — in alcune versioni del racconto diventa una verga di ferro — e la conficcò violentemente nel terreno, poi invitò gli uomini a estrarla. Uno dopo l’altro provarono, tirarono, si affannarono: nessuno riuscì a muoverla, finché Ercole tornò davanti a loro, afferrò l’arma e la strappò dalla terra con la facilità che ci si aspettava dal figlio di Zeus.
Fu allora che accadde l’impossibile. Dal foro cominciò a uscire acqua, prima forse un rivolo, poi sempre di più, fino a precipitare verso la valle e riempire la grande conca sottostante. Era nato il Lago di Vico.
La scienza naturalmente racconta un’altra storia e non c’è bisogno di scegliere tra le due, perché appartengono a mondi differenti: la prima spiega come si è formato il territorio, la seconda racconta come gli uomini hanno provato a dare un volto e un gesto alla potenza della natura. La stessa Provincia di Viterbo ricorda questa tradizione collegandola al Pozzo del Diavolo e agli affreschi di Palazzo Farnese, mentre gli scavi effettuati nella cavità hanno documentato una frequentazione umana antichissima e reperti che hanno fatto ipotizzare anche un utilizzo del luogo in epoca neolitica.
È forse questo il particolare più suggestivo: molto prima che qualcuno raccontasse la storia di Ercole, uomini vissuti migliaia di anni fa conoscevano già quella cavità, vi entravano, lasciavano oggetti, forse la utilizzavano per attività che oggi possiamo soltanto tentare di ricostruire. È facile immaginare cosa dovesse rappresentare un’apertura nella montagna per comunità che vivevano circondate da boschi, vulcani spenti, acqua e fenomeni naturali difficili da comprendere: una porta verso il sottosuolo, un luogo sacro, oppure semplicemente uno spazio che, proprio perché diverso dagli altri, meritava rispetto e timore.
Secoli dopo, la leggenda arrivò perfino dentro uno dei palazzi più straordinari della Tuscia. A Palazzo Farnese di Caprarola la Sala dei Fasti di Ercole conserva negli affreschi la creazione mitologica del Lago di Vico, trasformando un racconto popolare in pittura monumentale; così l’eroe, il lago e il territorio entrano nella grande rappresentazione rinascimentale voluta dai Farnese.
Forse è proprio questo continuo passaggio tra realtà e racconto a rendere particolare il Pozzo del Diavolo: prima una cavità prodotta dalla storia vulcanica, poi un luogo frequentato dagli uomini preistorici, quindi la tana oscura alla quale viene dato il nome del demonio, infine il punto dal quale, secondo la leggenda, sarebbe uscita l’acqua liberata dalla forza di Ercole.
La geologia ci dice che il lago non nacque da una clava e naturalmente le crediamo, ma le leggende non servono a sostituire la verità: servono qualche volta a raccontare ciò che la verità scientifica non può raccontare, lo stupore degli uomini davanti a qualcosa immensamente più grande di loro.
Forse chi arriva oggi davanti al Pozzo del Diavolo, circondato dai faggi del Monte Venere, può provare ancora per qualche secondo quello stesso sentimento, guardare quel buco nero nella montagna, poi il lago disteso più in basso e concedersi una domanda inutile ma bellissima: e se, almeno per una volta, fosse stato davvero Ercole?



















