
IL DOMENICALE – Nei centri storici della Tuscia convivono problemi che continuiamo a trattare separatamente: anziani soli in case troppo grandi, appartamenti vuoti, giovani che cercano alloggi a prezzi sostenibili, famiglie che non riescono a entrare nel mercato immobiliare e persone che, con l’avanzare dell’età, scoprono che la casa costruita come sicurezza per la vecchiaia rischia di diventare troppo costosa, troppo difficile da gestire e, nei casi più duri, il patrimonio da vendere per sostenere una RSA.
Il progetto “Riabita” potrebbe partire proprio da questa contraddizione e rovesciarla: la casa non deve diventare l’ultima risorsa da liquidare, ma può diventare molto prima uno strumento per produrre reddito, autonomia, relazioni e nuovi alloggi.
Prendiamo un caso frequente nei nostri borghi: una persona anziana vive sola in una casa di tre piani e ne utilizza ormai soltanto uno, mentre gli altri restano chiusi e richiederebbero lavori che il proprietario non può affrontare. “Riabita” dovrebbe verificare se quell’immobile possa essere riorganizzato, lasciando alla persona il proprio spazio abitativo e ricavando negli altri piani uno o due piccoli appartamenti, camere per studenti, alloggi per giovani lavoratori oppure spazi destinati al cohousing.
I lavori non li paga il Comune: un’impresa, una cooperativa, una società o un investitore anticipano il capitale necessario e ottengono in cambio, per un periodo concordato, la gestione degli spazi recuperati, rientrando dell’investimento attraverso gli affitti. Il proprietario continua a vivere nella propria casa e, alla scadenza dell’accordo, torna ad avere la piena disponibilità anche degli ambienti ristrutturati. Il valore economico dell’operazione nasce quindi da metri quadrati che oggi non producono nulla.
Ma “Riabita” potrebbe fare qualcosa di ancora più semplice e, per certi aspetti, più rivoluzionario: mettere insieme due anziani soli. Due persone ancora autonome, ciascuna proprietaria della propria abitazione, possono scegliere volontariamente di vivere insieme nella casa più adatta, quella con meno scale, più vicina ai servizi, meno costosa da riscaldare o semplicemente più facile da gestire. L’altro appartamento si libera e può entrare nel circuito “Riabita”, essere affittato, recuperato o destinato a una giovane coppia, producendo un reddito che continua ad appartenere al proprietario.
Nessuna fusione patrimoniale, nessuna rinuncia alla proprietà, nessuna conseguenza automatica sulle successioni: due persone decidono semplicemente di condividere la vita quotidiana e di utilizzare meglio ciò che possiedono. Se l’esperienza non funziona, deve poter terminare senza drammi e senza vincoli impossibili da sciogliere.
Il risultato sarebbe tutt’altro che marginale: due persone sole diventano una piccola comunità, alcuni costi si dividono, una casa torna disponibile e il reddito dell’immobile liberato può contribuire alle spese, alla manutenzione, a qualche ora di assistenza domiciliare o semplicemente rendere più tranquilla la vita di entrambi.
“Riabita” potrebbe poi favorire la coabitazione intergenerazionale: una camera inutilizzata messa a disposizione di uno studente dell’Università della Tuscia o di un giovane lavoratore, con un canone inferiore a quello di mercato, una presenza in casa e forme leggere di reciprocità, senza mai trasformare il giovane in un badante gratuito.
Nelle abitazioni più grandi si potrebbe invece sperimentare il cohousing: piccoli appartamenti autonomi e alcuni spazi comuni — lavanderia, soggiorno, cortile, magari un locale per servizi condivisi —, con anziani e giovani che mantengono la propria indipendenza ma dividono ciò che conviene dividere.
Tutto questo ha anche un’altra ragione, molto meno piacevole da raccontare. Per una vita la casa è stata considerata la sicurezza finale: si pagava il mutuo pensando che almeno quelle mura sarebbero rimaste; poi arriva la non autosufficienza e può accadere il contrario: si vende la casa per pagare il luogo nel quale si andrà a vivere quando quella casa non sarà più utilizzabile. Non succede a tutti, naturalmente, ma quando la retta di una RSA supera stabilmente la pensione e i risparmi si consumano, il patrimonio immobiliare entra inevitabilmente nella discussione.
“Riabita” dovrebbe intervenire molto prima di quel momento: una stanza può produrre reddito, un piano inutilizzato può diventare un appartamento, due anziani soli possono scegliere di vivere insieme liberando una casa, un grande edificio può diventare cohousing, un immobile vuoto può finanziare attraverso gli affitti il proprio recupero.
Al Comune non spetterebbe il compito di pagare, ma quello di rendere tutto questo possibile e sicuro: creare uno sportello “Riabita”, censire gli immobili disponibili, mettere in relazione proprietari, operatori e possibili abitanti, facilitare le procedure urbanistiche e impedire che dietro il nome del progetto si nascondano normali operazioni speculative.
La vera forza di “Riabita” starebbe allora in una domanda diversa da quella alla quale siamo abituati: non dove troviamo i finanziamenti, ma quante risorse inutilizzate abbiamo già dentro le nostre case. Una stanza vuota è una risorsa, un piano chiuso è una risorsa, una casa troppo grande è una risorsa e persino due appartamenti occupati da due persone sole possono diventare, attraverso una scelta volontaria di convivenza, una casa abitata meglio e un’altra casa restituita al paese.
“Riabita” dovrebbe fare esattamente questo: mettere in movimento ciò che oggi resta fermo — le case, il patrimonio e perfino le relazioni —, prima che la solitudine diventi fragilità e prima che la casa della vita debba essere venduta per pagare gli ultimi anni della propria esistenza.



















